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A chi andrà, nel 2022, il riconoscimento di patrimonio dell’Unesco?

Alcuni mesi fa, il Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale e il Gruppo italiano

torrefattori caffè avevano presentato al competente Ministero la richiesta di proporre, per il nostro caffè espresso, il riconoscimento di “patrimonio dell’Unesco”. Purtroppo il consiglio direttivo della commissione nazionale italiana per l’Unesco ha deciso di non presentarlo tra le candidature italiane all’esame del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.

Cosa era successo? C’è stato un imprevisto, perché al momento di decidere è comparsa una seconda analoga proposta. Era stata presentata, con un corposo dossier, dalla regione Campania che sostiene la candidatura del “Caffè napoletano”. La commissione ha allora deciso di non esaminare nessuna delle due proposte e di rinviare entrambe le documentazioni al Ministero con l’invito a “Promuovere contatti tra i proponenti per addivenire possibilmente a una candidatura unica nel 2022”. Compito veramente dificilissimo dal momento che la sintesi si potrebbe avere soltanto con il termine “espresso italonapoletano”, il che è assurdo. D’altra parte, se il riconoscimento va al “caffè espresso italiano tradizionale” è chiaro che vi è compreso anche quello napoletano.



Chi conosce la storia del caffè sa bene che il primo caffè europeo fu aperto a Venezia nel 1645. Il primo caffè inglese, invece, nel 1651 a Oxford. I mercanti veneziani cominciarono ad importare caffè fin dal 1600 e già nel 1615 le navi della Serenissima acquistavano caffè a Istanbul. È così che nel 1665 Venezia fu riconosciuta, di fatto, come capitale mondiale del caffè. Nel 1683, in piazza San Marco, aprì il famoso caffè “All’Arabo”e poco dopo i caffè in quella piazza diventarono 30 mentre ce n’erano 200 in tutta Venezia. Nel 1720, sempre in piazza San Marco fu aperto il caffè “Florian”, oggi riconosciuto come il più antico caffè del mondo. Ma allora anche Venezia, come Napoli, potrebbe presentare richiesta per un riconoscimento del suo caffè come patrimonio dell’Unesco.


E c’è anche Trieste che può vantare i suoi primati. Nel 1800, era, in pratica, il porto di mezza Europa, compreso l’entroterra balcanico. E il caffè che si acquistava ad Alessandria d’Egitto sbarcava proprio nel suddetto porto per raggiungere, con la ferrovia, le varie destinazioni. Trieste aveva allora 66 aziende di importazione, quattro impegnate in questo settore, dieci torrefazioni e 98 botteghe che distribuivano caffè. Famosi erano i caffè “Greco”, “Flora”, “Gari-baldi”, “degli Specchi”, “Stella Polare”, “Corso”, “Vesuvio”, “alla Miniera” e via elencando. E la loro fama non dipendeva soltanto dal caffè servito ma anche dal fatto che erano frequentati soprattutto da letterati, scrittori, irredentisti, intellettuali come Umberto Saba, James Joyce, Italo Svevo, nonché dalla migliore società del tempo. E allora anche Trieste potrebbe vantare i suoi primati nel mondo del caffè e quindi rivolgere analoga richiesta di riconoscimento da parte dell’Unesco.


Aspettiamo con grande cuiosità i risutato del dibattito, che però, deve nascereentro un anno.


Tratto liberamente dalla rivista Civiltà della Tavola, ottobre 2021

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